Associamoci !

Il gruppo informale di Educazione Diffusa Monzese si costituisce in associazione .

E’ un passaggio importante e fondamentale per poter dialogare con enti pubblici e privati.
Vi aspettiamo lunedì 12 febbraio alle ore 21.00 presso Arci Scuotivento, Via Monte grappa 4-b , Monza per confrontarci e condividere statuto ed atto costitutivo.

In allegato la bozza di atto costitutivo e statuto su cui lavoreremo.

 

Non mancate! 

 

patricia-prudente-308821

 

costituzione_associazione

Annunci

La scuola è una gabbia

“La scuola è una gabbia. Una gabbia molto efficiente. Una gabbia a molti livelli, con strutture di separazione, gerarchizzazione e soffocamento pervasive e capillari.

La gabbia scolastica è tale perché bambine e bambini e ragazze e ragazzi devono essere sottratti al fuori, alla libera circolazione e alla libera esperienza. Bambine e bambini e ragazze e ragazzi devono essere deportati in massa, ogni giorno, molto presto, allo scoccare dell’ora del lavoro totale, e fino a che l’ora del lavoro totale non termina. Lì sono messi ai ceppi dell’immobilità e della passività, per anni e anni, fino a che non siano pronti per essere a loro volta caricati nel ciclo del lavoro totale.

La gabbia agisce in modo preciso e indefettibile.

Essa è ben visibile nelle classi, celle obbligatorie, chiuse e separate, dalle quali si può uscire solo con un permesso o quando l’orario di segregazione finisce. Le classi prevedono numeri fissi di compagne e compagni sezionati in orizzontale, tutti della stessa età. Un tempo erano sezionati anche per genere, tutti dello stesso sesso (almeno biologico).

Nelle classi penetrano gli agenti dell’insegnamento, isolati e fungibili al bisogno, essi stessi ben divisi per categoria disciplinare, che debbono rispettare accuratamente. Perché nella gabbia il sapere penetra a sua volta sezionato in celle di conoscenza, ognuna ben separata dalle altre, in modo che mai si abbia del sapere un’idea complessiva e in modo tale che l’ideologia complessiva di un acculturamento siffatto, devitalizzato, separato rigorosamente dal reale e deprivato di ogni armonia e integrità, possa funzionare a dovere. Un tale sapere sarà immaginato nella sua cacofonica e geometrica figura a celle isolate e non comunicanti, imago stessa dei mestieri alienati che ab initio ognuno di coloro che passa attraverso la gabbia, deve interiorizzare.

La gabbia è visibile nelle procedure, nei fogli quadrettati e a righe, nella struttura delle aule, nei banchi, nelle sedie, negli apparati di valutazione, con schede sempre più simili a gabbie e valutazioni rigidamente sezionate e gerarchizzate.
La gabbia si apre sull’aperto solo a patto che l’aperto sia stato previamente ingabbiato e sezionato. All’esterno si esce solo costruendo un canale di comunicazione tra una cella della gabbia e una cella del mondo esterno, esso stesso in larga misura edificato secondo il modello unico della gabbia. Null’altro vi deve filtrare. Al ritorno dal fuori bisogna compilare relazioni che ingabbino l’esperienza vissuta e la rendano misurabile e valutabile, secondo la logica ferrea della quantità che domina incontrastata nel mondo della gabbia.

L’esperienza deve sempre essere castrata e vanificata. Ogni angolo della gabbia è sotto controllo e nulla vi sfugge, se non per distrazione degli agenti del controllo. Ogni comportamento non a norma è sanzionato. Presto c’è da attendere l’ingresso di telecamere a circuito chiuso in modo che nulla più possa essere nascosto all’occhio della disciplina.

La gabbia è al lavoro nella censura e ripartizione dei sensi di bambine e bambini e ragazze e ragazzi, che devono funzionare sempre e solo in maniera separata. Vista e udito dominano totalmente gli altri sensi, considerati inaffidabili e ambigui, troppo corporei, poco suscettibili di essere comparati e parametrati. L’integrità di ogni esperienza, che si misura sulla globalità percettiva e sull’investimento dell’intera persona, mente, anima corpo e emozioni, è invariabilmente sabotata e scissa, secondo la legge assoluta della gabbia.

La gabbia è un luogo dal quale non si può uscire. Bambine e bambini e ragazze e ragazzi vi sono rinchiusi perché solo il loro cervello possa esservi esercitato a interiorizzare le forme scisse e separate del dominio e perché incorpori, in virtù della disciplina ascetica, sessuofobica e ripetitiva del lavoro scolastico, il ritmo del lavoro totale, il suo non senso, la sua inamovibilità. In una parola il suo essere l’unico orizzonte possibile.

Occorre far saltare la gabbia, puntando a far esplodere a uno a uno tutti i meccanismi operativi che la strutturano e che rendono impossibile qualsiasi esperienza autentica e soprattutto degna della vita, unica e irripetibile, di bambine e bambini e ragazze e ragazzi, dei loro desideri, delle loro attitudini, della loro singolarità.

Occorre far saltare la chiusura, perché bambine e bambini e ragazze e ragazzi possano nuovamente circolare nel mondo, imponendo la loro misura e la potenza della loro insubordinazione.

Occorre far saltare le scissioni disciplinari, perché ogni cosa che si impara sia integra come lo è nel mondo, frutto dell’intersezione di saperi diversi e di informazioni e tecniche che travalicano di gran lunga ogni ripartizione.

Occorre far saltare le procedure oppressive della valutazione perché ogni cosa imparata sia valutata solo in base a come si rende capace di incrementare e intensificare l’esperienza vitale alla prova dei fatti e del tempo.

Occorre far saltare le aule, i sezionamenti orizzontali, affinché le diverse età, i sessi, le forme si intreccino e si scambino nella proliferazione ed estensione del campo d’esperienza.

Occorre far saltare la gerarchizzazione dei sensi, perché la pelle, la carne, il movimento, il piacere possano tornare ad essere la materia prima di un mondo finalmente corrispondente alla grande potenza sensibile racchiusa nell’ età più ricca.

Occorre far saltare la scuola, perché si ritorni nel mondo, bambine e bambini, ragazze e ragazzi e adulti infine, per immaginare una vita che metta il lavoro subordinato e castrato fuori gioco, e il desiderio e il piacere, la fantasia e l’operatività integra e plenaria di tutti, nella loro irriducibile singolarità e differenza, al centro.”

( dal sito di Paolo Mottana , http://www.paolomottana.it  )

 

( in foto un’immagine tratta dal clip di Caparezza ” La mia parte intollerante”, dall’album Habemus Capa, 2006 )

26152623_227838464429085_3936245421210337280_n

Educazione Diffusa

NON SCHOLA SED VITAE DISCIMUS.

17439140_1811513752503365_6527381538571550720_n

 

 

 

Non impariamo per la scuola ma per la vita.

 

Questo è il motto che regge questo modello di “scuola diffusa”, dai confini flessibili “che cerca e trova i suoi luoghi di volta in volta e fa diventare tutto educazione e scoperta”; a diretto contatto con le situazioni reali che “costringono ad esserci pienamente, nervi, carne, sensi, testa, cuore, pancia.”

L’educazione diffusa teorizzata dal prof. Mottana è una proposta di mutamento radicale dell’educazione in età scolastica, focalizzata sull’idea che la società e non gli edifici scolastici siano l’ambiente adatto per l’apprendimento, che le esperienze debbono essere ricche, intense e appassionanti e il più possibile trovare compimento nella realtà e non negli artifici del contesto scolastico. I saperi sono molto più vasti e complessi di quelli presenti nei curricoli scolastici e le esigenze formative di bambini e ragazzi sono molto più ampi – con riferimento alla corporeità, all’immaginazione, alle emozioni, alle vocazioni e ai talenti multiformi dei soggetti stessi – di quelli presi in considerazione dalla grandissima maggioranza delle istituzioni scolastiche. E infine, orari rigidi, frammentazione dei saperi, valutazioni pervasive, normative obsolete e un generale clima di minaccia e di controllo non si ritiene giovino affatto ad un apprendimento sensato e duraturo.

Per tutte queste ragioni e altre, l’educazione diffusa intende ridurre il ruolo della scuola nella formazione e farne una sorta di base o di tana da cui partire e a cui tornare dopo aver vissuto esperienze complesse, multidisciplinari e concrete nel tessuto sociale esterno all’ambiente scolastico e progressivamente più ampio (con il progressivo autonomizzarsi dei ragazzi). L’educazione diffusa avviene nella società, a contatto con situazioni reali, nella multiformità inesauribile delle occasioni di apprendere che possono essere preparate, organizzate e anche semplicemente incontrate nella vita del mondo nelle sue infinite sfaccettature. I ragazzi possono imparare moltissimo, contribuire, collaborare, ideare e partecipare, e a loro volta creare vere e proprie occasioni di apprendimento aperto e collettivo.

L’educazione diffusa dunque vuole che i bambini e i ragazzi imparino dentro la società, da considerarsi nel suo insieme un reticolo di opportunità formative. Si tratta di una rivoluzione culturale e sociale che vuole riportare adulti e giovani a vivere insieme e a crescere in un mondo un po’ meno separato e, in questo senso, a realizzare la piena cittadinanza di ragazzi e ragazze, e dove la scuola, intesa come sistema articolato di apprendimenti ed esperienze venga a configurarsi più come “portale” che come edificio-sistema definito e delimitato.

Si tratta di un modo di fare scuola basato sull’apprendimento attraverso l’esperienza perlopiù svolta fuori dalle mura scolastiche, nel territorio. Il presupposto di base è che l’apprendimento autentico si attiva e si interiorizza solo se mobilitato da un’attrazione appassionata, da un desiderio, dall’interesse, dalla curiosità e dunque è molto più efficace e ricco quando avviene attraverso esperienze reali (e non fittizie) e attraverso la progettazione condivisa con ragazzi e ragazze. In questo modo restituiamo loro l’iniziativa e la città, così che tornino in circolazione per le strade ma non per abbandono bensì per appartenenza.

 

Controeducazione

“Controeducare significa prendere sul serio la soggettività di tutti gli attori di una situazione educativa. Nessuno escluso. Non penalizzare nessuno. Non far star bene i bambini in virtù del sacrificio degli educatori, non far star bene gli educatori con il sacrificio dei bambini, non sacrificare bambini ed educatori in nome di qualche idea astratta o di qualche morale deprivante. Condividere il piacere di esserci, qui ed ora, di cogliere, tra le inesauribili possibilità che ogni momento e ogni luogo consente di profilare come possibili, l’opportunità di imparare da quelle più promettenti in ordine al piacere condiviso, alla massima espansione dell’espressività, dell’energia, dell’immaginazione di tutti.”

 

annie-spratt-42056

Vi presentiamo “Il Mentore”

Nei sui scritti, i professor Paolo Mottana parla del Mentore, figura importante anche per l’educazione diffusa. A lui spetta infatti coordinare tutto il lavoro dell’equipe educativa che accompagna bambini e ragazzi nei loro percorsi di apprendimento nel mondo.

Ma chi è il Mentore e che qualità deve avere?

“Il mentore è a suo modo illuminato da una passione trascendente, è figura numinosa, febbricitante e trascinatrice. Accende perché è acceso, innamora perché è innamorato, trasporta perché è trasportato. In fondo, come soggiungeva Socrate ad Alcibiade, in lui si riflette la fonte divina, ed è ben quest’ultima che attrae e sovverte, come nel caso di Gesù, egli stesso forse più maestro che mentore. Egli può essere ovunque (…) ma è riconoscibile anche e forse soprattutto nella sua malinconia, nella condizione di orfano ferito, di cercatore inesausto ma anche sospinto al margine della sua eccezionalità.
Il mentore è un solitario, il suo genio erra sempre verso un altrove in eterna fuga, non ha compagni, ma solo adepti transitori, il cui destino è poi di abbandonarlo per ritrovarsi.”

( da Saggi ipocriti mentori, nelle Antipedagogie del piacere : Sade e Fourier e altri erotismi, Paolo Mottana , ed. Franco Angeli 2008 )

Alla ricerca di un logo

“Sii il cambiamento che vuoi nel mondo”. Queste, più o meno, le parole di Gandhi. Ecco dunque che nel nostro muoverci verso un’educazione diffusa a Monza, cerchiamo di coinvolgere il più possibile i bambini. Da qualche tempo siamo alla ricerca di un logo.

20170910_175941

Lo scorso 10 settembre ci siamo incontrati a Monza, presso l’Arci Scuotivento, e mentre gli adulti ascoltavano Paolo Mottana parlare della sua visione educativa, i bambini hanno creato. Guidati da Anna Penone, della Biblioteca di Cederna, hanno infatti dipinto grandi cieli e prodotto piume capaci di volare… e di far volare gli adulti che li circondano. Liberi nel cielo. Liberi di esprimersi nelle loro singolarità.

20170910_190125

Ieri sera ci siamo incontrati per rielaborare questo materiale… appena il logo sarà pronto ve lo presenteremo 🙂

Educazione diffusa

 

Perché non raccogliere la sfida di una scuola oltre le mura e senza le mura?

Come quando, un tempo, forse più di oggi, le vere aule erano il campo, il ruscello, il cortile, la strada, la piazzetta e i nostri mèntori erano tanti altri maestri oltre a quello ufficiale, formale, non scelto.

Realisticamente l’edificio scolastico attuale potrebbe divenire la porta di accesso a tanti e diversi luoghi dove apprendere per ogni cittadino in fase di educazione formale o informale che sia.

Ogni città potrebbe avere un “monumento” che conduce a diversi spazi culturali del territorio urbano, rurale, montano, marino, reale o virtuale, in un sistema complesso dove si applichi il motto mai superato “non scholae sed vitae discimus” . Sgombriamo il campo dall’equivoco secondo cui esistono solo spazi specializzati e funzionalmente dedicati all’apprendimento e alla cultura anche istituzionali.

Ecco allora la “scuola diffusa”, intendendo per “scuola” il tempo dedicato alla scoperta, alla ricerca, al gioco, al tempo libero, alla crescita.”

Una crescita non solo per i nostri figli, ma per TUTTI noi.”

( estratto da ” La città educante. Manifesto della educazione diffusa. Come oltrepassare la scuola di Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli , Asterios 2017 “)

  priscilla-du-preez-201732